TizianaTonon

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ARTICOLI, CITAZIONI, CONVEGNI, CULTURA BRASILIANA, JORGE AMADO, LETTURE, NOTIZIE, TRADUZIONI

Un grande letto d’amore:

 la risposta sana al razzismo dilagante

(la versione originale del blog si trova QUI)

 

Foto di: Jade Beall, publicada il 24 giugno 2016 sulla sua pagina Facebook

Il dibattito sul razzismoè, purtroppo, sempre vivace. Le recenti involuzioni politiche e sociali a cui assistiamo in tutto il mondo hanno -malauguratamente- inasprito le posizioni, rendendo sempre più difficile trovare una via d'uscita praticabile. Per contribuire a ricordare che -in effetti- strade percorribili esistono, ho deciso di riprendere un mio vecchio articolo, in cui analizzavo il romanzo La bottega dei miracoli, di Jorge Amado (che è, non a caso, uno dei miei autori del cuore) evidenziando come  la sua opera letteraria fosse magistralmente intervenuta sui temi del meticciato e del sincretismo in Brasile, affermando che il Paese aveva trovato una soluzione originale contro il razzismo, basata su quello che l'autore definiva “l'umanesimo brasiliano”, ovvero l'incrocio di sangue, di culture, di religioni.

 

 

Eccolo qui: 

 

"Un grande letto d'amore".
O: il meticciato secondo Jorge Amado

COLOQUIO « Literaturas mestizas. Estética e ideología »
Poitiers, CRLA-Archivos, 17-19 de octubre de 2007
Maison des Sciences de l’Homme et de la Société – Université de Poitiers

"È meticcio il volto del popolo brasiliano ed è meticcia la sua cultura" (Amado, 2006: 132).La frase iniziale di La vita popolare a Bahia, il primo libro di Pedro Archanjo, è anche la sua parola d'ordine, la sua verità. Sua e del suo autore, Jorge Amado. Infatti Pedro Archanjo, oltre ad essere un ottimo etnologo, è anche e soprattutto l'eroe protagonista del romanzo La Bottega dei Miracoli, scritto nel 1969 dal romanziere baiano, che per questo suo "figlio" nutriva una predilezione particolare.

Leggendo i romanzi di Jorge Amado, ciò che principalmente mi ha colpito e ha risvegliato la mia curiosità è stato, oltre alla meravigliosa vitalità dei suoi personaggi, la visione ottimistica circa la mescolanza, biologica e culturale, che questo autore inserisce sempre nelle sue narrazioni. Sebbene siano molti gli autori di romanzi brasiliani che nelle proprie opere hanno dedicato un ruolo centrale al fenomeno del meticciato e dei sincretismi religiosi[1], è innegabile che la letteratura di Jorge Amado abbia contribuito in modo particolare alla formazione di una peculiare visione del Brasile e dei brasiliani, sia all'interno del Paese sia nel mondo intero. Jorge Amado è, sicuramente, "qualcuno che contribuisce a plasmare il volto stesso del suo popolo" (De Franceschi: 8); attualmente è opinione diffusa che i libri di questo autore, tradotti e apprezzati in più di 40 paesi, offrano a innumerevoli lettori nel mondo una rappresentazione della "baianità" -e quindi, come vedremo, del meticciato- elevata a simbolo della nazionalità brasiliana.

 

In un'intervista concessa ai Cadernos de Literatura Brasileira, Jorge Amado ha così risposto a una domanda relativa agli aspetti che conferiscono singolarità al modo di essere brasiliano: "Indubbiamente, il meticciato, la mistura. Noi non siamo questo o quello, noi siamo tutto: bianco nero, indio.È qui che risiede la nostra singolarità ed è questo che ci conferisce un'importanza reale". (De Franceschi: 55). Nella sua opera viene costantemente esaltata la cultura "meticcia e sincretica" di Bahia, luogo che per eccellenza mostra con quale forza gli elementi portati con sé dagli schiavi africani abbiano saputo arricchire i valori degli europei, donando loro nuovi aromi, sapori, colori e ritmi (Goldstein Seltzer: 81-85).

Secondo Amado, la mescolanza costituisce la naturale risposta brasiliana ai pregiudizi e al razzismo.Nell'unione tra individui di colori differenti, di differenti culture e religioni, egli riconosce l'unicità del Brasile, ciò che spesso è da lui definito "umanesimo brasiliano", in grado di proporsi come esempio per gli altri paesi afflitti dai conflitti razziali: "Qui tutto si è mescolato: tutte le cose sono mescolate in questa terra. Più che mescolate; fuse le une nelle altre, per formare una cosa nuova, baiana, brasiliana"(Amado 1970: 79).

Nella formazione di questa "cosa nuova, brasiliana", Amado riconosce un ruolo fondamentale all'apporto della cultura nera, che definisce "la matrice primordiale del nostro umanesimo, fonte della nostra ispirazione"(Amado 1997: 24). Non mancano quindi, nell'opera dell'autore, i riferimenti agli elementi di origine africana: il cibo baiano e il gioco della capoeira, gli afoxés e i blocos afro del carnevale, l'epopea dei quilombos e la resistenza degli schiavi e, sopratutto, il candomblé. Come è noto, gli africani deportati in Brasile in condizione di schiavi ricrearono nella nuova terra dei gruppi organizzati, grazie ai quali hanno cercato di conservare taluni aspetti della loro cultura originaria, tra cui i culti religiosi. Il culto degli dei africani -orixás-, ricreato originariamente a Bahia e qui noto come candomblé, viene prestato attualmente, in modo più o meno fedele alle tradizioni praticate a Bahia, in tutto il Paese (Verger: 96).

Nel corso degli anni, i culti sincretici del candomblé hanno rappresentato una presenza sempre più consistente nell'opera amadiana: a partire da Jubiabá (1935), il cui titolo curiosamente non menziona il nome del protagonista ma quello del pai-de-santo (il sacerdote del candomblé) che è sua guida spirituale, fino a Santa Barbara dei Fulmini (1988) che, basandosi sul sincretismo tra cattolicesimo e candomblé, narra le peripezie attraverso la città di Bahia di una statua di Santa Barbara trasformatasi nell'orixá Oyá-Yansã. Nelle sue opere, l'autore cita esaustivamente le divinità del candomblé e descrive nei dettagli i terreiros (i centri di culto) così come i rituali, le danze e le cantiche che fanno parte di questa religione, componendo scene di grande ricchezza e arrivando -curiosamente- a far sì che alcuni studiosi prendessero in esame i suoi romanzi, considerandoli una vera e propria fonte etnografica (Goldstein : 220).

Se si analizza anche la vita di Jorge Amado, risulta evidente quanto il candomblé vi fosse una presenza costante e non soltanto un pretesto letterario. Egli possedeva una conoscenza vissuta di questa religione, che a suo avviso aveva rappresentato: "un mezzo, e dei più positivi, per resistere alla schiavitù, per mantenere gli elementi della propria cultura. [I neri baiani e i loro discendenti] hanno conservato, in questo modo, attraverso il tempo e fino al giorno d'oggi, i beni della danza e del canto, i rituali affascinanti, il mistero e la poesia" (Amado: 1970: 63). Oltre ad essere legato da amicizia a molti dei principali studiosi della materia come Edison Carneiro, Vivaldo da Costa Lima e Pierre Verger tra gli altri, Amado era anche intimo dei terreiros, amico delle figure più importanti del candomblé baiano: Olga dell'Alaketu, Mãe Menininha del Gantois, Mãe Senhora e Mãe Stela dell'Axé Opô Afonjá. E, sebbene si dichiarasse materialista e agnostico, l'autore assunse cariche di prestigio nelle gerarchie religiose: aveva ricevuto ancora molto giovane il titolo di ogã (dignitario laico) nel terreirodi Joãozinho da Goméia e in quello del pai-de-santo Procópio, oltre ad aver occupato a partire dal 1959 l'importante carica di Otum Obá Arolu nel terreiro Ilé Axé Opô Afonjá, onorificenza di cui andava molto fiero. Quello di obá, ossia di Ministro dell'orixá Xangô, è uno dei titoli più elevati all'interno della gerarchia civile del candomblé e viene attribuito a persone importanti che abbiano contribuito in modo davvero significativo ad aiutare il terreiro o la religione.Il contributo di Amado, in effetti, fu davvero importante: eletto deputato federale, nel 1946 propose all'Assemblea Costituente un emendamento (che venne approvato) per la libertà di culto religioso(De Franceschi: 13).

Tuttavia, ritengo importante specificare che, sebbene Amado sottolineasse sempre l'importanza del contributo delle tradizioni di origine africana, quello che importa sopra ogni cosa, nella visione dell'autore, è la fusione, la creazione di qualcosa di nuovo e originale: le tradizioni africane si sono venute ad aggiungere a quelle provenienti dall'Europa e a quelle autoctone, per "brasilianizzarsi" nell'unione(Amado, 1970: 63-64). Come giustamente sottolinea Ilana Seltzer Goldstein, secondo Amado l'Africa rappresenta la matrice della cultura brasiliana, ma "solo l'ombelico, non tutto il corpo" (Seltzer Goldstein: 77). Ciò che Amado intendeva evidenziare è l'origine autenticamente brasiliana della cultura, della "razza" e della religione come prodotto di [re]invenzioni -di adattamento e di sintesi- dei vari sistemi (Teixeira: 133).

Per fare un esempio, possiamo ricordare il movimento che all'inizio degli anni Ottanta si proponeva di rifiutare il sincretismo e di affermare la purezza del candomblé in quanto religione completa e indipendente tanto dal cattolicesimo quanto dalle manifestazioni folcloristiche. Il movimento portava con sé il tentativo di ricostituire, in Brasile, una presunta purezza africana del candomblé. In quel periodo, Amado polemizzò aspramente con l'amico Pierre Verger, il quale partecipava attivamente a questo tentativo di riafricanizzare il culto, mentre Amado continuò a difenderne il carattere di sintesi che, secondo lui, è l'elemento tipico della cultura brasiliana, anche per quanto riguarda la religione. Amado trovava assurdo desiderare che il candomblé brasilano (così come tutte le manifestazioni della cultura popolare) si svolgesse "precisamente uguale a quello africano, senza togliere né mettere: molto è stato tolto, molto è stato aggiunto"(Amado, 1992: 404).

Tra tutti i romanzi e le novelle di Amado, La Bottega dei Miracoli è, secondo le stesse parole dell'autore, quello in cui "le cose vengono dette nel modo più esplicito"(De Franceschi: 50). In questo romanzo Amado difende ed esalta il meticciato tra le razze e la mescolanza tra le culture, che vede come elementi dello stesso processo di creazione della "democrazia razziale brasilana". Si tratta di un argomento complesso e molto studiato, per i nostri scopi sarà sufficiente soffermarci solo sulle opinioni dell'autore baiano, che essenzialmente propone di considerare l'incrocio e la miscela di culture, credo, sangue come principali armi di cui il popolo brasiliano dispone per affrontare il razzismo.

Pedro Archanjo, il protagonista di La Bottega dei Miracoli, è -programmaticamente- un mulatto. Rappresenta, quindi, quello che secondo Jorge Amado è il prototipo del brasiliano: allo stesso tempo bianco, nero e indio è l'incarnazione del tipo umano che costituisce "naturalmente" la negazione del razzismo(Serra, 313).

Spesse volte Amado e la moglie Zélia Gattai hanno riconosciuto che Archanjo presenta numerose somiglianze con il suo autore, al punto tale che l'uno ripete le parole dell'altro, come le famose: "il mio materialismo non mi limita"(Amado, 2006: 271), frase pronunciata da mastro Pedro in un brano del romanzo e "citata" da Jorge Amado durante molte delle interviste che ha concesso nel corso della carriera (Goldstein Seltzer: 190). Ascoltiamo il dialogo tra Pedro Archanjo e il professore marxista Fraga Neto, quando il personaggio cerca di spiegare e giustificare l'apparente contraddizione(tanto sua quanto del suo autore) di un materialista dialettico che ama e frequenta il candomblé:

-Ecco, mio buon amico- disse il professore (...) -c'è una cosa che mi sfugge e m'incuriosisce.  (...) Mi chiedo com'è possibile che un uomo come te possa credere al candomblé.  (...) Perché tu ci credi, non è vero? Se non ci credessi non ti presteresti a tutta quella scena: cantare, danzare, far tutta quella mimica, dar la mano da baciare; tutto bellissimo, sissignore  (...) ma, conveniamone, mastro Pedro, tutto molto primitivo - superstizione, barbarie, feticismo  (...) Com'è possibile?
Pedro Archanjo passò qualche tempo in silenzio (...) quel curioso voleva la chiave dell'enigma più segreto, del tortuoso rebus:
- Pedro Archanjo Ojuobá, il lettore di libri e il buon conversatore, quello che parla e discute col professor Fraga Neto, e quello che bacia la mano di Pulquéria, la iyalorixá, due esseri diversi - forse il bianco e il negro? Non commetta questo errore, professore, uno solo. Mistura dei due, un unico mulatto.  (...) Per me, professore, non esiste che la materia. Ma non per questo smetto di andare al Terreiro e di esercitare le mie funzioni di Ojuobá, di adempiere al mio impegno. (...)
- In questo modo, mastro Pedro, non aiuti a modificare la società, non trasformi il mondo.
- No, veramente? Secondo me gli orixás sono un patrimonio popolare. La lotta della capoeira, il samba-de-roda, gli afoxés, gli atabaques, i berimbaus sono patrimonio popolare. (...) Il mio materialismo non mi limita" (Amado, 2006: 268-271)

Oltre ad essere mulatto, un bianco-negro che ha due persone dentro di sé, Pedro Archanjo è un uomo del popolo, amante della vita, che apprezza le donne e una bella chiacchierata e, come abbiamo appena sentito, appartiene al mondo dei candomblé, in cui ricopre il carico di Ojuobá, che significa "gli occhi di Xangô". Penso sia interessante sottolineare che questo incarico, nella realtà, venne affidato dalla Mãe-de-santo Senhora al fotografo ed etnologo francese Pierre Verger, naturalizzato baiano e grande amico di Jorge Amado, che in lui vedeva un messaggero, un ponte tra l'Europa, l'Africa e il Brasile. E, allo stesso modo di Verger, anche Archanjo opera come messaggero tra le due "Università" che hanno sede nel quartiere del Pelourinho: l'Università popolare (il cui Rettorato si trova nella Bottega dei Miracoli, di mastro Lídio Corró, amico-fratello di Pedro Archanjo e pittore di ex-voto) e la Facoltà di Medicina, dove Archanjo lavora come bidello.

Secondo le parole dello stesso Amado, il protagonista della Bottega dei Miracoli “è la somma di molte persone mescolate: lo scrittore Manuel Querino, il babalaô Martiniano Eliseu do Bonfim, Miguel Santana Obá Aré, il poeta Artur Sales, il compositore Dorival Caymmi e l'alufá Licutã (della rivolta dei Malês) - e io stesso, è chiaro” (Amado 1992: 139).

Tra tutte queste figure, il modello principale su cui l'autore ha forgiato il personaggio del bidello-etnologo è quella di Manuel Raimundo Querino, "artigiano, abolizionista, giornalista, politico, educatore, insegnante di disegno e ricercatore, fondatore della storiografia dell'arte baiana e il primo intellettuale afrobrasiliano a sottolineare il contributo degli africani e dei loro discendenti alla cultura brasiliana" (Gledhill: http://mrquerino.blogspot.com). Querino è anche l'autore di una delle epigrafi del romanzo di Amado: "Il Brasile ha due reali grandezze: la fertilità del suolo e il talento dei meticci" (Amado 2006: VIII).

Nella stessa Facoltà di Medicina in cui lavora mastro Pedro, insegna il professor Nilo Argolo, il vero antagonista di Archanjo, rappresentante delle ideologie razziste dell'epoca, che sogna un mondo liberato da tutte le "razze inferiori", soprattutto i meticci. E, se è possibile dire che Pedro Archanjo possiede molte similitudini con Manuel Querino, possiamo anche affermare che Nilo Argolo rappresenta sinteticamente il medico legale Raimundo Nina Rodrigues e i suoi discepoli, i cui studi furono purtroppo influenzati dalle nozioni di darwinismo in voga a quei tempi, come l'idea dell'inferiorità dei neri rispetto ai bianchi e, soprattutto, dal concetto di meticciato in quanto degenerazione delle specie: l'incrocio di razze e culture, per il suo stesso carattere di "non-purezza" avrebbe quindi, secondo tali teorie, generato individui insani, apatici, sessualmente perversi e irresponsabili: una sotto-razza destinata al crimine[2]. Tali limiti degli studi antropologici di Nina Rodrigues furono riconosciuti anche dal suo discepolo Arthur Ramosnella prefazione all'opera postuma del professore, Le collettività anormali, che include uno studio su "I meticci brasiliani":

"un solo appunto si può fare qui, al lavoro del maestro baiano. È quando fa intervenire lo slogan dell'epoca: la degenerazione del meticciato come causa principale dei problemi sociali. (...) Queste idee sono inaccettabili ai giorni nostri.(...) È curioso osservare come Nina Rodrigues, sebbene fosse ancora legato alle concezioni della sua epoca, della scuola francese della degenerazione e delle teorie italiane sull'atavismo nel crimine e nella follia, a volte reagisse anche, con una certa violenza, contro queste concezioni troppo strette"[3]. (Ramos, apud Nina Rodrigues: 12-13)

Contro tali pregiudizi lotta Pedro Archanjo, che studia "con ordine, metodo, volontà e ostinazione" (Amado, 2006: 181) le opere dei teorici delle razze dell'epoca, come Gobineau e Lombroso, senza però trascurare di vivere e studiare la vita quotidiana del popolo e della città. E in questo modo riesce a pubblicare libri in cui prevede un Brasile completamente meticcio (possibilità che terrorizzava il professor Argolo): "Si formerà una cultura meticcia così potente e inerente a ogni brasiliano, da identificarsi con la coscienza nazionale stessa"(Amado, 2006: 218) e arriva persino a dimostrare che a Bahia in tutti, compreso l'illustre professore razzista, scorre sangue misto.

Sono innumerevoli i brani delle opere e delle interviste in cui Amado parla del valore che attribuiva alla mescolanza di razze e culture: la convivenza delle varie etnie rappresenta per lui il principale fattore di ricchezza e di forza dell'arte, della letteratura, della cucina, in sintesi, della cultura baiana, che è fondamentalmente popolare e meticcia e, proprio per questo, così intensamente potente e attiva.

Ciò che, almeno dal mio punto di vista, affascina nell'opera di Jorge Amado è la soluzione che egli propone al problema delle relazioni inter-etniche: la più semplice e naturale: il sesso."Per il maestro baiano, le contraddizioni religiose si risolvono nella carne. Così come i conflitti etnici" (Serra: 329). Amado parla molte volte della ricchezza che a suo avviso costituisce la stessa base della nazionalità: la razza india, quella africana e quella europea si sono unite in quell'"immenso letto d'amore in cui si sono trasformate le terre del Brasile, dando così origine, grazie alla mistura di razze e di sangue, alla razza brasiliana e alla nostra cultura nazionale, risultanti dalla lotta contro i pregiudizi, soprattutto quello sulla razza e il colore" (Amado, 1997: 20).

È vero che, in questo modo, Amado si è esposto a moltissime critiche, soprattutto per quanto riguarda la sua descrizione delle sensuali donne mulatte, la cui caratterizzazione -secondo alcuni autori[4]- concede troppo all'esotismo e alla superficialità, arrivando addirittura ad essere offensiva, uno stereotipo degradante (Seltzer Goldstein: 197). Ma, come opportunamente afferma Ordep J. Trindade-Serra, in queste critiche c'è semplicemente molto preconcetto e molta febbre d'accusa (Serra: 340-347).

La soluzione naturale e divertente del "grande letto d'amore" che Amado propone e che, oltretutto, ci ha regalato molte scene di un lirismo e di una spontaneità indimenticabili, proviene dalle opere di Gilberto Freyre[5], nelle quali evidentemente lo scrittore ha ritrovato molti degli elementi che sono tipicamente suoi: "una teoria che celebra il trionfo del corpo e del popolare, con un che di sovversione carnevalesca. Anche il carattere semplicistico di un modo di pensare che presuppone la soluzione di problemi sociali per via genitale deve avere intrigato lo scrittore baiano, affascinato dalla sensualità e nemico delle complicazioni teoriche" (Serra: 337).

Come spiega l'antropologo Roberto Damatta (1997), il meticciato nell'opera di Amado si realizza anche nell'esaltazione del mondo carnevalesco che celebra il riso, il grottesco, il marginale e il basso-corporeo, il Carnevale in quanto scelta di non scegliere tra i due poli di una questione, come ad esempio bene e male, razionale e istintivo, apollineo e dionisiaco. Amado propone il , il no e l'anche" per mezzo di triangoli ideologici che (...) istituzionalizzano l'intermedio" (Damatta: 126).Risiede esattamente in questo la risposta ai critici scandalizzati dallo sguardo "lascivo" e dalle descrizioni "immorali" che Amado dirige alle sue mulatte: il sesso, in quanto momento di incontro vitale e fecondo, rappresenta l'apice della ricchezza e della positività che Amado vede nella mescolanza, nell'ambiguità e nell'unione.Quindi, è impossibile scorgere qualcosa di offensivo o di negativo in donne che suscitano il desiderio dell'uomo e con lui approfittano dei piaceri dell'amore... in particolar modo se in tale unione è possibile trovare uno strumento per esorcizzare il razzismo[6].

Per concludere, penso sia meglio lasciare nuovamente la parola a mastro Pedro Archanjo:

"La distinzione fra bianchi e negri, mio caro, termina con gli incroci, per noi è già terminata. La distinzione ora è un'altra, e l'ultimo chiuda la porta"(Amado, 2006:295).


NOTE:

[1] Euclides da Cunha, Os sertões(1902); Guimarães Rosa, Grande sertão: veredas(1956); Antonio Callado, Quarup (1967); Darcy Ribeiro, Maíra (1976), tra gli altri.

[2]          Il pensiero corre, ovviamente, all'"eroe senza nessun carattere" presentato dallo scrittore Modernista Mário de Andrade nel romanzo Macunaíma.

[3]          È doveroso sottolineare che Nina Rodrigues è stato anche colui che ha dato inizio al lavoro di ricerca sulle religioni afrobrasilane, visitando i terreirose intervistando gli adepti. Era anche ogã nel terreiro Ilé Axé Opoô Afonjá e ha sempre combattuto la repressione al candomblé.

[4]          Tra gli altri: Teófilo de Queiroz Júnior (1975) e Osmundo S. de Araujo Pinho (1998).

[5]          La soluzione di Amado sembra nascere dall'unione tra le idee sulla mescolanza introdotte da Gilberto Freyre in Casa-grande & Senzala e l'immagine dell'"uomo cordiale" di Sérgio Buarque de Holanda.

[6]          Precisiamo inoltre che, nell'opera dell'autore, questo atteggiamento non è tipico solo delle mulatte ma di tutte le donne sane, dato che (cito come esempio la Adalgisa di Santa Barbara dei fulmini) la mancanza di desiderio è sempre indizio di un qualche problema.


BIBLIOGRAFIA

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Caroso,C./ Bacelar, J. (eds.) (1999): Faces da tradição afro-brasileira: religiosidade, sincretismo, antisincretismo, reafricanização, práticas terapêuticas, etnobotânica e comida. Rio de Janeiro: Pallas.

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Damatta, Roberto (1997): "Do país do carnaval à carnavalização: o escritor e seus dois brasis". In: Cadernos de Literatura Brasileira n° 3: Jorge Amado. São Paulo: Instituto Moreira Salles, pp. 120-135.

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Freitas Rossi, Luiz Gustavo (2004), "As cores e os gêneros da revolução". Em: Cadernos Pagu, vol. 23, julho-dezembro 2004, pp. 149-197.

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Nina Rodrigues, Raimundo (1939): As collectividades anormaes. (Prefacio e Notas de Arthur Ramos). Rio de Janeiro: Civilização Brasileira.

Pinho, Osmundo S. de Araujo (1998): "A Bahia no Fundamental: Notas para uma Interpretação Do Discurso Ideológico Da Baianidade". In: Rev. bras. Ci. Soc.[online]. 1998, vol.13, n.36. Disponibile: <http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-69091998000100007&lng=en&nrm=iso> (07/09/2007).

Queiroz Júnior, Teófilo de (1975): Preconceito de cor e mulata na literatura brasileira. São Paulo: Ática.

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Verger, Pierre Fatumbi (1992): Artigos. Tomo I. São Paulo: Corrupio.

 

DANZA

Improvvisazione, sì o no…

Sabato 22 e domenica 23 settembre scorsi ho partecipato a un laboratorio organizzato da Teatro della Tosse Associazione Arbalete e condotto da Laura Colomban.

Il laboratorio, dal suggestivo titolo di Abitare il corpo, proponeva un’introduzione al Life/Art Process, metodo ideato dalla danzatrice Anna Halprin e “sistematizzato” dalla figlia Daria.IMG_5634

Si tratta di un processo creativo che, attraverso il movimento, la danza, il disegno, il suono corporeo e la scrittura punta a favorire l’ascolto del proprio corpo e l’esplorazione delle proprie urgenze espressive, a livello fisico, emotivo e immaginativo.

Nel corso di queste due, intense e interessanti, giornate abbiamo cercato di dare risposta alle seguenti domande: “Se il mio corpo potesse parlare, oggi, ora, cosa direbbe?” e, il secondo giorno, “Se il mio respiro potesse parlare, cosa mi direbbe?”.

Ecco, tra le altre cose, il mio corpo mi ha spiegato, definitivamente, che:IMG_5458

  • NO: non ho un problema con l’improvvisazione. Il workshop è stato, essenzialmente, una lunga performance in cui ognuno di noi ha affrontato improvvisazioni sonore, danzate, pittoriche, scrittura automatica, composizione di haiku (semplici poesie, secondo la tradizione giapponese), interpretato fisicamente i disegni propri e degli altri partecipanti, interagito creando dialoghi corporei… Per concludere con una carrellata di “assolo”, in cui ciascuno ha rappresentato tutto il lavoro fatto nel corso delle due giornate. E, insomma, è una cosa che posso fare. Con una buona dose di violenza iniziale, lo ammetto, ma posso farlo: non c’è (più) niente a bloccarmi irrimediabilmente stile statua di sale.

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E, tuttavia:

  • SÌ: ho un problema con l’improvvisazione. Nel senso che, semplicemente, non mi piace. O, forse posso dirlo meglio: non è la modalità più adatta a soddisfarmi, a favorire la ricerca, l’introspezione, la scoperta. È un po’ la stessa cosa che mi succede con gli spazi molto ampi (piazze, spiagge, sale prove…): mi fanno sentire a disagio e mi danno un’idea di dispersione, mentre nei locali più raccolti ho l’impressione che l’energia sia più intensa e lo sforzo più produttivo. Allo stesso modo, per quanto paradossale possa sembrare, mi sento molto più a mio agio e libera di esprimermi quando so esattamente cosa devo fare e posso concentrarmi sull’esecuzione. Per me la ripetizione è fondamentale; ad esempio, adoro provare a oltranza e so che, quando il mio corpo ha assimilato la coreografia (o il testo, non cambia), solo allora si è creato lo spazio per inserire l’interpretazione, l’emozione, la soddisfazione. E, pure, trovo assolutamente confortevole e rilassante l’esercizio quotidiano ripetuto, per esempio quello alla sbarra: è come se fosse una forma di meditazione.

Del resto, mi pare di aver capito che questo aspetto del lavoro non sia assente nel metodo Halprin, tanto è vero che parte della prima giornata di workshop è stata dedicata a conoscere alcune sequenze di movimenti organici -focalizzati soprattutto sull’allungamento e la flessibilità della colonna vertebrale- che fanno parte di ciò che la stessa Halprin definisce Movement Ritual, nome la cui suggestione è proprio quella di una ripetizione quotidiana, “rituale” appunto, di questi movimenti.

 

In conclusione: un metodo che non conoscevo e che ho scoperto con piacere, oltre a un bellissimo gruppo di lavoro, grazie al quale è stato possibile affidarsi e sperimentare.  Va detto che Laura Colomban è stata davvero brava, grazie alla sua garbata determinazione, a farci scivolare tutti con naturalezza in ciascuna delle esperienze che ci ha proposto, anche quelle che inizialmente hanno suscitato qualche perplessità o timore.
Infine, non voglio assolutamente trascurare di dare la giusta importanza al Luzzati Lab,  la meravigliosa sala che ha ospitato il laboratorio e ha sicuramente contribuito a creare la giusta atmosfera.

Le bellissime foto sono state scattate da Martina Zappettini (l’effetto Tilt Shift, invece, l’ho aggiunto io).

 

 

Kokorozashi – La direzione profonda del cuore

Portoghese, spiritualità, tecnologia… amicizie virtuali e improbabili, ma feconde.
Voglio partire da qui, da qualcosa che racchiuda  tutto questo.

Prossimamente sarà rilasciata  una nuova versione di Kokorozashi,  che tradotto dal giapponese significa, appunto,  qualcosa come “la direzione profonda del cuore”, o “profonda e sincera dedizione”.

Ma che cos’è Kokorozashi?

Si tratta di una app per telefonino, pensata per i praticanti del buddismo di Nichiren Daishonin.
Attualmente è disponibile sono per iPhone e solo in Italiano, ma la nuova versione  sarà accessibile anche per Android e verrà tradotta anche in inglese e portoghese.

Sostanzialmente, Kokorozashi è un conta-daimoku, ovvero un timer che serve a misurare la durata della pratica quotidiana di recitazione dell’invocazione Nam myōhō renge kyō.

Inoltre,  ne registra l’andamento giorno per giorno, incentivando quindi a mantenersi costanti e a perseguire con efficacia i propri obbiettivi.

L’aspetto particolarmente interessante è, a mio avviso, il fatto che sia abbinato a una bellissima mappa dinamica (dipinta a mano), in cui i progressi sono visualizzati come tappe di un percorso lungo un sentiero. In ciascuna delle 12 località raggiunte, il praticante riceverà in “premio” una frase del Gosho (la raccolta di tutti gli insegnamenti, i trattati, le lettere che Nichiren Daishonin scrisse ai suoi discepoli) che illustra concetti associati al nome della tappa stessa.

L’idea di fondo è quella illustrata dallo stesso  Nichiren Daishonin nella sua Lettera a Niike, ovvero il paragonare la pratica quotidiana al lungo tragitto dal villaggio di Kamakura fino alla città di Kyoto. Il percorso è faticoso, ma è bene non desistere:

Sviluppa sempre più la tua fede fino all’ultimo momento della tua vita, altrimenti avrai dei rimpianti.
Per esempio, il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?

Non sono ancora riuscita a trovare tutte le citazioni originali in portoghese della versione ufficiale del Gosho, ma non posso certo fermarmi prima di aver raggiunto il risultato…
Nel frattempo mi onoro di aver partecipato, sebbene marginalissimamente, a un progetto così interessante.

Kokorozashi - 12 giorni a Kyoto

Il Sito di kokorozashi è: www.kokorozashi.info

La pagina Facebook è: https://www.facebook.com/kokorozashiapplicazione

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Traduzione, 7 libri per leggere il futuro del nostro mestiere (consigliati da colleghi)

Direttamente da "La giornata del traduttore", un nuovo post di approfondimento a cura di Doppioverso.
E, con grande piacere, ci sono anche io.

 Traduzione, 7 libri per leggere il futuro del nostro mestiere (consigliati da colleghi)

Ogni traduttore è traduttore a suo modo e ha una propria specifica identità, modellata negli anni da specializzazioni che sono frutto di un determinato bagaglio culturale e di inclinazioni e interessi assolutamente personali. Il panorama della traduzione – come ormai ben sa chi opera in questo campo – è quindi tutt’altro che piatto e bidimensionale: ognuno ha un suo modo di intendere il proprio lavoro, di promuovere e incentivare la propria professionalità attraverso la formazione, e fin dai suoi esordi la Giornata del Traduttore ha avuto l’obiettivo di porsi come palcoscenico privilegiato in cui dare espressione a questa caleidoscopica eterogeneità.

Uno dei tratti distintivi di tale evento è da sempre la promozione del “fare rete” e del reciproco arricchimento tra professionisti attraverso il mutuo confronto e il costante scambio di competenze e spunti di riflessione, perché la Giornata non è e non è mai stata un evento frontale, quanto piuttosto un’occasione di incontro da costruire tutti insieme. Nel corso degli anni in cui l’abbiamo frequentata abbiamo avuto l’opportunità di conoscere colleghi validi e di comprovata esperienza, aspiranti di belle speranze e già pieni di consapevolezza, professionisti che avevano allargato le proprie competenze ad altri ambiti trascendendo la propria figura di “traduttore puro” per esplorare con successo altri comparti del lavoro sulla lingua.

Abbiamo pensato quindi di chiedere ad alcuni di questi colleghi quale fosse il libro che più aveva segnato la loro carriera e il loro modo di intendere la professione, e ne è uscito un quadro composito e interessante, che speriamo possa offrire a chi legge utili spunti per ampliare la propria visione del contesto lavorativo in cui ci muoviamo e chissà, magari, visto che siamo alla vigilia della pausa estiva, proporre anche validi consigli di lettura da inserire nella propria wishlist per le vacanze.

411nzVtf6kL._SX331_BO1,204,203,200_ “Il libro che ha segnato una svolta nel mio modo di vedere il lavoro di traduttrice freelance è stato The Entrepreneurial linguist – The Business-School approach to freelance translation di Judy e Dagmar Jenner”, racconta Debora Serrentino, specializzata in traduzioni tecniche e creative nei settori enogastronomico e dell’industria alimentare. “Di questo libro mi ha subito attirato il titolo perché non avevo mai pensato di considerare il freelance come un imprenditore, per quanto piccolo. Il libro è dichiaratamente rivolto ai traduttori che vogliono lavorare con i clienti diretti e il primo capitolo spiega molto bene il ‘segreto’ per adottare una mentalità imprenditoriale e iniziare a considerare la propria attività un’azienda a tutti gli effetti; nei capitoli successivi poi vengono spiegati tutti i passi su come gestire ‘un’impresa che funziona’. Le due autrici vedono il cliente diretto come il referente naturale dei traduttori, anche per quelli agli inizi, nonostante questo credo che i consigli su come impostare una collaborazione alla pari, oppure quelli su come gestire la trattativa per l’acquisizione di un progetto o sulla politica dei prezzi, possano essere molto utili anche per chi preferisce lavorare con le agenzie, giusto per ricordare che anche delle agenzie siamo collaboratori e non dipendenti”.
  La crucialità dell’ottica imprenditoriale applicata a un lavoro come quello del traduttore, troppo spesso abituato a vedersi riduttivamente come semplice “artigiano della parola”, è al centro anche del libro consigliato da ben due nostre colleghe, la traduttrice editoriale Stefania Marinoni e l’esperta di traduzioni in ambito finanziario e legale Chiara ZanardelliBusiness Guide for Translators, dell’infaticabile traduttrice polacca Marta Stelmaszak. “Se non conoscete ancora Marta Stelmaszak, la Business Guide for Translators è un ottimo modo per entrare nell’“universo di Wantwords” composto, tra le altre cose, da un blog che è ormai una pietra miliare”, commenta Stefania. “Se invece la conoscete già, saprete che è un’autorità in materia: tanto per dirne una, quest’estate è a Harvard per seguire un corso in Innovation (termine caro alla GdTrad16) and Entrepreneurship. Nel corso del libro Marta introduce alcuni concetti fondamentali di marketing ed economia e mostra come applicarli al mondo della traduzione. Non esattamente una lettura da ombrellone ma un testo denso e stimolante, che vi porterà a riflettere sui motivi per cui avete scelto questo lavoro. Consigliato anche e soprattutto a noi traduttori editoriali che, mossi dalla passione, spesso tendiamo a sottovalutare alcuni aspetti del nostro mestiere”. Una lettura trasversale quindi, per chi come noi, conferma Chiara, è “spesso poco incline ad analizzare l’aspetto commerciale del nostro business. In questa guida, Marta Stelmaszak illustra ‘everything you should know about business principles and the laws of the market’, costringendoci di fatto a ragionare come imprenditori di noi stessi e a valutare pragmaticamente il nostro business. Una guida con la giusta dose di teoria e pratica, che consiglio a tutti, indipendentemente dagli anni di esperienza nel settore”.
mestiere

 

Sull’importanza del fattore S, vale a dire della padronanza delle regole della scrittura e dell’uso della lingua, anche e soprattutto di arrivo, si concentra invece il testo consigliato da Paola Paris, traduttrice specializzata in traduzioni informatiche, localizzazione software, transcreation dall’inglese all’italiano e DTP, la cui simpatia accompagnata dall’inseparabile macchina fotografica è ormai una costante della GDT: Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada (Apogeo, Maggioli Editore, 2008). “Fin dalla sua prima apparizione di sito/blog questo testo si è rivelato uno strumento affidabile e imprescindibile per tutti coloro che si apprestano a scrivere contenuti per la comunicazione di impresa: white paper, comunicati stampa, presentazioni, brochure, blog ecc. vengono analizzati e presentati con esempi chiari e concreti”, racconta Paola.

Due insoliti e interessanti approcci alla realtà della traduzione letta attraverso il prisma delle proprie specifiche specializzazioni e inclinazioni personali sono infine quelli proposti da altre due colleghe, Elisa Pesce, esperta di internazionalizzazione con particolare riferimento al settore vinicolo,
Tiziana Tonon, ‎traduttrice freelance e antropologa specializzata in tradizioni e culture afro-brasiliane, i cui consigli di lettura si incentrano su libri che solo tangenzialmente toccano il tema della traduzione.

“Per chiunque nutra un minimo interesse per il mondo del vino, The Oxford companion to wine di Jancis Robinson (Oxford University Press) è un must”, spiega Elisa. “Dall’esperto di settore all’appassionato che non si accontenta di una spiegazione all’acqua di rose, questa è la Bibbia in materia di vino, nonché uno dei testi chiave per il Diploma della WSET, esame propedeutico ai corsi per diventare Master of Wine. Formato enciclopedico – in tutti i sensi – un’accuratezza e una semplicità di consultazione difficilmente eguagliabili. Ovvio, un testo così non è aggiornabile molto di frequente, ma i fondamentali sono quello che contano, e nel caso di un traduttore siamo ben oltre il minimo indispensabile se si vuole approfondire la materia. Unico neo: esiste solo in inglese, ma d’altronde questa è l’unica lingua in cui avviene tutto ‘quel che conta’ nel settore, per cui non c’è da stupirsi, e la risorsa è utile più ai fini della comprensione che della traduzione”. oxford

Il testo “cardine” di Tiziana è invece La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà di Guy Deutscher (Bollati Boringhieri 2013, traduzione di Enrico Griseri). “Da grande volevo fare l’antropologa”, racconta Tiziana, “poi è successo che sono diventata traduttrice. Questo libro, dedicato alle connessioni esistenti tra linguaggio, cultura e pensiero, tocca due delle mie principali ossessioni – le parole e il genere umano – e, pur non essendo un saggio sulla traduzione, mi pare possa stimolare interessanti riflessioni, in particolare sulle difficoltà di rendere precisamente una ‘realtà’ quando la si trasporta da una lingua a un’altra. Sfidando la concezione dominante, Deutscher intende dimostrare che le differenze culturali hanno profonde ripercussioni sul linguaggio e, addirittura, che la lingua madre può influenzare pensieri e percezioni dei parlanti. E lo fa servendosi di esempi riguardanti la terminologia relativa alla percezione del colore, dell’orientamento spaziale e del genere grammaticale. Il tutto coadiuvato da uno stile scorrevole, direi ‘amichevole’, e per nulla pretenzioso”.

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Bonus track, potevano mancare i consigli di lettura delle sottoscritte? Come sapete Chiara, specializzata in giornalismo e saggistica, ha un chiodo fisso per tutto ciò che riguarda la Rete e la sharing economy. Il suo libro cult è infatti Shareology, del socialmedia guru Bryan Kramer, tra i 25 top influencer al mondo secondo Forbes, padre della teoria dell’H2H, Human To Human, che spiega come il web e i social media ci consentano sì di conversare con altri individui, ma per sfruttare al meglio le loro potenzialità occorra ritrovare l’aspetto umano in questo dialogo con l’audience, cioè con delle persone, non con un target. “La strategia – spiega Kramer – è condividere ciò che ci rende umani, far leva sulle emozioni per collegarsi in rete con le persone e saper celebrare con onestà i momenti deboli perché ci rendono umani e credibili”. Una lezione di autenticità e comunicazione senza filtri che andrebbe applicata non solo al personal branding e al tentativo di costruirsi un’identità forte in Rete, ma anche in generale all’approccio con i clienti e i colleghi in un contesto lavorativo in cui spesso l’aspetto più carente è quello della deontologia e trasparenza, non solo professionale, da cui secondo Chiara discendono a cascata tutti i problemi che lamentiamo affliggere il nostro settore. 4172Lt9F6qL._SX302_BO1,204,203,200_
Infine il consiglio di Barbara, che in questo turbine di innovazione, personal branding e imprenditorialità ritorna un po’ alle basi del mestiere. “Il mio libro ‘mai più senza’ è La voce del testo (Feltrinelli 2012), di Franca Cavagnoli. Si tratta di un manuale-non manuale, in cui una delle più importanti traduttrici editoriali italiane spiega, con numerosi esempi e notevole pragmatismo, come affrontare il testo che ci si approccia a tradurre. Franca procede con metodo e attenzione, senza trascurare nessuna delle fasi fondamentali della traduzione: dalla prima lettura all’individuazione della voce autoriale e del lettore ideale, dall’approccio pratico ai diversi generi letterari all’importanza dell’autorevisione. Tutto viene analizzato e sviscerato in un’ottica di ‘bottega’ che aiuta a comprendere ‘di che pasta è fatto’, nel concreto, questo nostro mestiere. Certo, è un libro rivolto ai traduttori editoriali. Ma sono convinta che chiunque lavori con due o più lingue, due o più universi culturali, possa ricavarne qualche spunto utile. Del resto, come racconta l’autrice stessa: ‘La traduzione è, in quanto esperienza, riflessione. È prima di tutto un fare esperienza dell’opera da tradurre e nello stesso tempo della lingua in cui quell’opera è scritta e della cultura in cui è germinata. E subito dopo è un fare esperienza della lingua madre e della propria cultura, che deve accogliere, vincendo ogni possibile resistenza, la diversità linguistica e culturale del romanzo o del racconto [o di qualunque altra tipologia testuale, n.d.r] da tradurre.’ 51uEXHWXyDL._SX323_BO1,204,203,200_



http://www.lagiornatadeltraduttore.it/traduzione-7-libri-leggere-futuro-del-nostro-mestiere-consigliati-colleghi

La mia collaborazione con Sattva Editora

Prossime uscite:

La Legge del perdono, di Ademir Barbosa Junior

Il Matrimonio di Amore e Psiche. L'arte dell'incontro, di Viktor D. Salis

 

 

TRADUZIONE

SOTTOTITOLAZIONE

per Sorgente di vita, Rai 2

CONVEGNI E SEMINARI

17 dicembre 2016

INTERPRETARIATO

Con la troupe di Jornal Nacional
(Globo TV-Rio de Janeiro)
marzo 2013, Milano Football Festival

FORMAZIONE E FEEDBACK

marzo 2000

 

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