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Vener-di-freddo: quando Oxalá arriva

(di Roger Cipó :: traduzione autorizzata di Tiziana Tonon)

Lo senti il freddo del primo venerdì del mese? Adesso, non vorrai dirmi che Oxalá non sa cosa succede nel mondo..?

Non osare dirmi che il mio Dio è una forza distante e che ci incontreremo solo in un certo giudizio finale, prima di un Paradiso. 
Non è così, no.

Questa è la mia fortuna. È la forza di un Dio presente tutti i giorni, ore, minuti, secondi. La mia fortuna è poter sentire quando la forza più sacra passa sulla terra. Il Padre mio fa così, abbassa le temperature, calma la furia e, nel vento gelido, dà conforto a chi ha fede in lui.

E manda la pioggia, perché qui è tutto davvero molto sporco. Ma lui, con la più pura pietà, ci lava dalle impurità che le nostre stesse volontà creano. Ci concede acqua nuova per ricordarci che è tempo di rivivere la sua saga di costante resistenza nel mondo frettoloso.

Astuto? forse. Ma chi sono io per mettere in discussione il Re, quando dice che sta andando? Io posso non andare, ma lui va quando vuole, va dove vuole. I suoi passi si susseguono lenti e determinati e arriva dove vuole arrivare.

Sa che è il primo venerdì del mese e fa scorrere acqua dal cielo.aguas

È tempo che l'acqua cada a lavare il mondo. È il tempo della processione bianca che risveglia i giorni, nelle bianche brocche. Cammina in un'unica fila, canta senza ostentazione - canta pregando. Posa sul terreno scalza, sente il freddo che avvolge la terra inumidita dalla rugiada. Canta con il cuore in lacrime. Si curva con calma e senza fretta, immerge e riempie la sua piccola porcellana con un’acqua più limpida delle lacrime che ci scorrono sul viso… Torna a cantare, torna a pregare, che è il cammino stesso a purificarti.

Vieni a lavare la vita, una volta ancora. Con pura pazienza, ripeti i cammini tutti i giorni e, giorno dopo giorno, il peso del mondo diminuisce… È quando le vesti del Re tornano candide, ancora una volta, e lui perdona il mondo.

Mondo che Lui porta sulle spalle solo, aggrappato al bastone per sostenere la vita. Forza, giovane ragazzo, lava il tuo cuore, che io possa tenderti la mano! Sì, il Re mi concede l'opportunità di toccarlo. Emozione! È quando le mie gambe tremano, dentro mi indebolisco, e fuori sono forte roccia di sostegno, perché il Padre mio vuole danzare. Lui viene, quasi in un… due… tre soli passi, quando il coro esplode.

Il fatto è che questa è la nostra vita. E capire non mi passa nemmeno per la testa. Vivere per la forza Bianca è sentire il freddo, quietarsi nella pioggia sottile e, nella condensa del mattino, distinguere tutto. È che il Re ha già portato via la fretta dal mondo, perché non potessimo in nessun modo sporcare di nuovo la vita.

Ma rimani calmo. Vai alla finestra, guarda il Re nell'oscurità. Sii anche la rugiada, di vento gelido che mette i brividi, piega le ginocchia, raggiungi il suolo gelato, piegati ancora fino a quando la cima del tuo mondo toccherà la base dell'esistenza - sì. Metti a terra la testa in segno di rispetto - canta, prega cantando, conversa nel silenzio…

e senti quando passa Oxalá…

 

Testo originale di: Roger Cipó

nel blog: http://olhardeumcipo.blogspot.com.br/2015/09/sexta-fria-quando-chega-oxala.html

 

Per gentile concessione di: Roger Cipó © Olhar de um Cipó

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ALLA FINE, COS'È IL CANDOMBLÉ?

(Professor Dr. Sidnei Barreto Nogueira :: Traduzione autorizzata a cura di Tiziana Tonon)

Ritengo sia necessario dire, in poche parole, cos'è il Candomblé. Attualmente esiste una vasta letteratura, esistono gruppi virtuali, importanti gruppi di ricerca, articoli su riviste e un mondo, a cui si può accedere servendosi dei motori di ricerca, che parla di Candomblé, tuttavia c'è ancora molta confusione e si trovano molte informazioni distorte; nella maggior parte dei casi, inoltre, gli stessi praticanti, appoggiandosi “solo” sulla propria fede e ai propri affetti, si confondono. Si aggiungano a tutto ciò le pratiche esoteriche (nel senso populista e più prosaico del termine) che, mescolando tutto quello che di religioso esiste nel mondo, lo distorcono e adattano alle esigenze del più ampio numero possibile di seguaci e, in questo movimento di inclusione-adattamento-conversione, perdono per strada l'origine di ciò che hanno aggiunto alle pratiche esoteriche della loro “impresa” (ops! religione) universale e per tutti. In questo senso, va detto che il Candomblé è una “religione” “negra” (questa parola non intende qui indicare solo il colore o la razza, ma vuole semplicemente richiamare l'origine del Candomblé e il movimento di resistenza che ha portato in un paese che classifica le persone servendosi di demarcatori sociali basati su sessualità, razza, colore e classe sociale) brasiliana, di origine africana - prevalentemente appartenente ai popoli deportati in Brasile durante il traffico schiavista: “a quel tempo definiti nagô-yorubá”, “popoli Ewê-fon-fongbe” e “angola, popoli di lingue bantu”. L'impronta linguistica, culturale, storica, mitica e rituale finì per creare quello che viene definito “nazione” e non è un'esclusiva del Candomblé. Possiamo ricordare, infatti, che anche la tradizione “Batuque”, a sua volta brasiliana di origini africane, possiede le proprie nazioni. Nel caso delle nazioni di Candomblé, abbiamo da sempre il Complesso culturale Jeje-Nagô (nato dall'incontro tra le tradizioni ewe-fon e yoruba), le tradizioni-nazioni Angola, Queto, Jeje e, più tardi, la tradizione Fon, che non è in rapporto con gli Ewe-fon o i Fongbe, ma con uno degli altri popoli appartenente alla tradizione e al gruppo linguistico yoruba. Bisogna inoltre dire che il Candomblé è il risultato di un processo familiare di resistenza e di volontà di ritorno all'Africa ancestrale. Le famiglie oppresse (pensiamo al razzismo e all'intolleranza, oggi come durante lo schiavismo e il “post-schiavismo -le virgolette stanno a indicare che la schiavitù nera non è mai finita) si organizzarono per poter, in qualche modo, mantenere le proprie credenze e valori, la propria cultura, le proprie divinità: un elemento ancestrale di coesione familiare. Per concretizzare questa ripresa e conservazione delle conoscenze ancestrali del continente africano, crearono il Candomblé. In quanto risultato storico di un gruppo di persone marginalizzate, schiavizzate, oppresse ed escluse, il Candomblé, fin dalla sua origine, rappresenta uno spazio/tempo in cui accogliere, accettare, comprendere, proteggere, valorizzare e, in questo senso, si oppone o dovrebbe opporsi a qualsiasi forma di preconcetto ed esclusione: questo perché, in teoria, gli esclusi non dovrebbero assumere il ruolo dei loro oppressori e opprimere a loro volta. Il Candomblé non è una pratica spiritica o medianica, nel senso della codificazione di Allan Kardec o dei suoi epigoni delle "Umbande” - opto qui per l'uso al plurale del termine, in considerazione dei “nuovi” cammini intrapresi dall'Umbanda nel corso della sua formazione in Brasile. L'incorporazione di spiriti e la comunicazione con enti amati per mezzo di varie modalità medianiche non costituisce una componente essenziale del Candomblé. Tuttavia, per comunicare con i defunti, esiste un culto affine, ma specifico, che è il “Culto degli Egungum” - culto alla memoria e alla vita degli antenati defunti. Si tratta di un culto volto alla “non dimenticanza”. Gli Orisa(s), Nkisis(s) e Vodun(s), divinità “yoruba”, “bantu” e “ewe-fon” sono scintille della natura-divinità-ancestrale che dimora in noi: siamo acqua, siamo fuoco, siamo terra, siamo aria, siamo natura e, attraverso i riti iniziatici -il Candomblé è iniziatico-, il nostro corpo diviene ricettacolo di tali divinità-natura e rivive, per mezzo dei nostri corpi, il sapere dell'Africa Ancestrale. Ciascuna Nazione possiede i propri riti e le sue specifiche modalità di iniziazione, che consistono nella morte occidentale e rinascita di un io-divinità-africana. Si tratta di un “smettere-di-essere” a favore di un “diventare”. Si tratta di un movimento che porta a diventare (più) neri e diventare divinità-antenato-natura; si tratta di intraprendere un viaggio dentro di sé e di far nascere un io ancestrale Re-Tuono, Regina-Acqua, Re-Aria, Re-Ferro e di legarsi a un guardiano-divinità-natura in una prospettiva di autocomprensione e auto-integrazione, ma sempre nell'ambito di un movimento di resistenza e di “annerimento”, dentro e fuori. Si dice che una iniziata di Oxum diventa donna due volte; un iniziato di Odé diventa uomo due volte e, grazie a queste espressioni, si può concepire il Candomblé come la religione del dividersi e sommarsi, oltre che come la religione del non essere mai soli. Nel Candomblé si festeggia molto. Si festeggia perché è sempre stato motivo di allegria e soddisfazione, e sempre lo sarà, il potersi rivolgere, nello stesso tempo, verso dentro di sé, verso fuori, verso la natura, verso l'Africa ancestrale, verso la famiglia e verso le proprie origini. Perché questo è il Candomblé: movimenti reciproci di andate, ritorni, ritrovamenti e scambi e consolidamento di un “io” frammentato dalla società contemporanea. Essere del Candomblé è un viaggio. Un viaggio che deve essere intrapreso da coloro che hanno avuto i privilegio di essere stati chiamati da qualcosa di più grande e più autentico di loro stessi. Come è ovvio, un viaggio, qualsiasi sia, comporterà impegno, comprensione, nuovi significati e acquisizione di nuovi saperi, ed è proprio questo che significa essere del Candomblé, è un viaggio verso ciò che un Continente Africano Defraudato ci ha lasciato di più prezioso: la possibilità di avere un'Africa Nera Profonda e Ancestrale in Brasile. Diamo il giusto valore a questa eredità!

Testo gentilmente concesso da: Professor Dr. Sidnei Barreto Nogueira.

Traduzione autorizzata a cura di: Tiziana Tonon

Testo originale in portoghese: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10204923909233757&set=gm.954331921275130&type=1&theater

 

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AFOXÉ: LA PAROLA CHE AGISCE
articolo di: Maria Rita Quemello
(traduzione autorizzata a cura di Tiziana Tonon)
fonte: http://www.afreaka.com.br/notas/afo...

Foto: Mazé Mixo

Afoxé, termine di origine yoruba, può essere tradotto come “la parola che agisce” ed è
un simbolo della cultura africana che si esprime in manifestazioni legate alla religione,
alla musica e al comportamento. È stata la prima manifestazione di origine afro a sfilare
per le vie di Bahia, nel 1885, e alcuni ricercatori ritengono che si tratti di una forma
d’arte originatasi dalle stesse radici del maracatu.

Gli strumenti essenziali per la sua realizzazione sono tre: l’afoxé (o agbé), una zucca
rivestita da una rete composta di semi o perline che viene agitata facendo frizionare i
semi sul corpo della zucca; gli atabaques (tamburi), di tre tipi e dimensioni differenti,
che nel loro insieme riproducono il suono dell’ijexá, e l’agogô, formato da due campane
di metallo dalle sonorità differenti, che detta il ritmo agli altri strumenti.

Ben lungi dall’essere un sinonimo di bloco carnevalesco, l’Afoxé è piuttosto una
manifestazione profondamente legata alle manifestazioni religiose dei terreiros
(centri di culto) di candomblé. Le melodie intonate nei cortei degli afoxés sono
praticamente le stesse cantiche, o orôs (preghiere), che vengono intonate nei terreiros
afro-brasiliani che seguono la linea (o tradizione) ijexá, e per questo motivo l’afoxé
viene spesso chiamato anche “Candomblé di strada”.

Qualificata come festa profano-religiosa, l’espressione afoxé ha avuto un uso ristretto,
limitato esclusivamente ai suoi partecipanti. Ma oggi può essere visto, soprattutto nel
periodo del carnevale, nelle regioni che festeggiano tale data con maggiore partecipazione.
Nello Stato di Pernambuco, l’afoxé è riemerso insieme al Movimento Negro Unificado alla fine degli anni 70, come uno dei metodi adottati per far conoscere, attraverso la musica, il dibattito sulla coscienza nera e la libertà alla maggioranza della popolazione.

L’ijexá divenne popolare, in Brasile, principalmente ad opera del gruppo baiano dei
Filhos de Gandhi. Inoltre, grazie alla collaborazione di cantanti rinomati come Gilberto Gil, Virgínia Rodrigues, Maria Bethânia e Caetano Veloso, che a loro volta hanno interpretato brani sul ritmo dell’ijexá, la cultura dell’afoxé si è diffusa con successo nel Paese.

 

Tradotto in italiano per gentile concessione della redazione del
Progetto Afreaka http://www.afreaka.com.br/

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LE SETTE PORTE DI BAHIA

E L’AMORE DI CARYBÉ PER SALVADOR

articolo di Kauê Vieira
(traduzione autorizzata a cura di Tiziana Tonon)

Fonte:
http://www.afreaka.com.br/notas/sete-portas-da-bahia-e-o-amor-de-carybe-por-salvador/

Largo do Pelourinho. (Foto: Ilustrazione di Carybé/Correio)
Largo do Pelourinho. (Foto: Ilustrazione di Carybé/Correio)
 

Salvador, la prima capitale del Brasile. Città che profuma di dendê, che vive il Candomblé e che inganna la fame con l’acarajé, cibo di Iansã, e l’amalá, preferito da Xangô.
Fondata come São Salvador da Bahia de Todos os Santos (San Salvador della Baia di Tutti i Santi) nel 1549, è quasi un’isola: il mare può essere visto da differenti punti, sia nelle curve della
Avenida do Contorno sia nelle onde che si infrangono sulla spiaggia del quartiere del Rio Vermelho.
Il mare è la dimora di Yemanjá e fonte di sostentamento per i pescatori, uomini che come Guma - personaggio del celebre Mar Morto dello scrittore baiano Jorge Amado, lasciano la terraferma e
i propri amori per avventurarsi tra i lunghi capelli di Dona Janaína, guidati solo dalla luna. Questi sono alcuni degli ingredienti che hanno fatto sì che l’argentino Hector Julio Páride Bernabó scegliesse Bahia come posto in cui vivere e come fonte di ispirazione per le sue creazioni.
 

Largo de Santana (Largo da Dinha) nel quartiere del Rio Vermelho. (Foto: Illustrazione di Carybé/Correio)
Largo de Santana (Largo da Dinha) nel quartiere del Rio Vermelho. (Foto: Illustrazione di Carybé/Correio)

Nato il 7 febbraio del 1911 a Lanús, in Argentina, Carybé -pseudonimo che usava per firmare i suoi disegni- è stato pittore, incisore, illustratore, mosaicista, ceramista, intagliatore, copista e muralista. Cittadino brasiliano naturalizzato, aveva trascorso l’infanzia in Italia e la gioventù in Brasile. Rimise piede a Salvador intorno agli anni Cinquanta e fino agli ultimi giorni ha vissuto per ritrarre la presenza africana nelle tradizioni e nei rituali afro-brasiliani. Per celebrare il ricordo di questo grande artista brasiliano che, parole sue, aveva la Bahia attraccata a sé, il Giornale O Correio da Bahia ha lanciato nel 2014 la serie Carybé - As Sete Portas da Bahia. Diversa dalla versione originale, che era uscita più di 50 anni fa (ed era raccolta in un unico volume), As Sete Portas da Bahia è stata divisa in 10 uscite e venduta al pubblico in circa 500mila esemplari.
 
Figlio dell’orixá Oxóssi (legato alla caccia e alle foreste), l’artista ha disegnato in bianco e nero le sue impressioni della vita a Salvador nella seconda metà del secolo xx. Si tratta di più di 200 illustrazioni, che ritraggono l’architettura coloniale del Pelourinho, in cui si trova la Chiesa di Nossa Senhora do Rosário dos Homens Pretos, le sue musiche legate al culto del Candomblé, la festa del mare del 2 febbraio, Giorno di Yemanjá. Ci sono anche le mães-de-santo, che vestite di bianco e indossando le proprie collane votive si ritrovano all’alba presso la Chiesa di Nossa Senhora da Conceição da Praia, ai piedi della montagna che fa da collegamento tra la Città Bassa e la Città Alta, per affrontare una camminata di otto chilometri fino alla Chiesa del Bonfim, dove laveranno le scale con le Acque di Oxalá.

 Presso la rampa del Mercado. (Foto: Illustrazione di Carybé/Correio)
 
 
Innamorato del Brasile, e soprattutto di Bahia, Carybé ha trovato nell’arte il modo per esprimere tutto questo amore per i costumi e le tradizioni di un popolo che nella propria cultura, nel tono della pelle e nel modo di vivere mantiene vive le radici e le eredità africane in Brasile. Salve Carybé! Viva l’arte e la cultura negra brasiliana.

La collezione non viene più distribuita dal giornale, ma è ancora possibile acquistarla con facilità nei negozi online su internet.
Per saperne di più: http://www.correio24horas.com.br/colecaocarybe/

  1. Tradotto in italiano per gentile concessione della redazione del Progetto Afreaka http://www.afreaka.com.br/

    #AFREAKA #CARYBÉ #ASSETEPORTAS #TRADUZIONI&TRADIZION #TIZIANATONONTRADUTTRICE #CORREIODABAHIA
    Questo articolo su trova ANCHE QUI  (postato da lusotrad)

TRADUZIONE

Milton Hatoum per
La Lettura del Corriere della Sera
23/12/2012

SOTTOTITOLAZIONE

 

Nego bom de pulo

CONVEGNI E SEMINARI

17 dicembre 2016

INTERPRETARIATO

Con il reporter Tino Marcos (Globo TV- Rio de Janeiro)
e l'opinionista Tiziano Crudeli
nello studio di Diretta Stadio (Tv 7 Gold)

FORMAZIONE E FEEDBACK

UFBA Salvador-BA, 12 e 13 novembre 1996